• Florian de la Salle

    vu/e par

    Dominique Robin

    Colori per capillarità

    Florian de La Salle sviluppa un particolare metodo artistico che sfrutta la colorazione capillare. Un modo per osservare il potenziale colorante del materiale scelto secondo un processo chimico che produce degli effetti singolari

     

    In un articolo della Rivista “Actualité Nouvelle Aquitaine”, Florian de La Salle dice che le parole chiave del suo lavoro di creazione sono tre: protocollo, sperimentazione e osservazione.

    Queste tre parole non sembrano venire da un artista, ma piuttosto da una scienza sperimentale come la biologia. Non è forse un caso che l’artista, prima di entrare nella scuola d’arte di Annecy si sia dedicato alla scienza come specialista di elettronica. A un primo sguardo, tra queste tre parole quella che sembra più originale per un artista è “protocollo”. Nell’ambito della scienza, un protocollo di ricerca è il piano di lavoro che il ricercatore deve seguire. È necessario identificare ciò che si vuole fare, da quale prospettiva si intende lavorare e come si opererà.

    Ma questa originalità è solo apparente: gli artisti lavorano spesso seguendo dei rituali che possono essere visti come dei protocolli: tale pittore mette sempre i suoi colori sulla tavolozza in un ordine preciso e lavora tutti i giorni ad un’ora precisa; tale fotografo lavora solo dalla sua finestra, e così via.

    Più recentemente, l’idea del protocollo è emersa nell’arte contemporanea ma generalmente si tratta di opere create da artisti che lasciano una serie di descrizioni per permettere a un altro di realizzare l’opera: Claude Rutault fa fare i dipinti da “definition methode”, Michel Blazy scrive protocolli per la creazione di opere effimere generalmente fatte di materia corruttibile come frutta o verdura. Vedere la realizzazione di un’opera dal punto di vista del protocollo degli artisti mi sembra un’angolatura molto stimolante per studiare la fenomenologia della creazione. Nell’arte di Florian de La Salle il protocollo non è lo strumento concettuale di uno storico dell’arte, non entra neppure nell’ambito molto contemporaneo del “far fare”, è il suo modo di osservare la materia e di fare del mondo visivo un’area di gioco e di meraviglia. Il suo protocollo cerca di oggettivare l’atto di creazione e in questa prospettiva siamo lontani dall’idea del rituale, e piuttosto vicini a quello che dice Gilles Deleuze sull’arte di Henri Michaux: «egli tendeva a liberarsi di riti e civiltà per elaborare protocolli di esperienze ammirevoli e meticolose.» (G. Deleuze e F.Guattari Mille Piani, 1980). Florian de La Salle spiega: «per esplorare le possibilità di ottenere colori diversi, uso il seguente protocollo: inizio dissolvendo un tipo di sale nell’acqua fino alla sua saturazione. Quindi, preparo 10 contenitori in cui diluisco la soluzione iniziale, diminuendo la concentrazione di sale ogni volta del 10%. I contenitori sono riempiti in modo tale che l’oggetto sia immerso solo di un centimetro.

    Quando tutto è pronto, inzuppo i pezzi: cilindri, piastrine, persino carta bibula per una serie sperimentale su carta.

    Quindi lascio risalire la soluzione per capillarità, in un arco di tempo determinato. Prendo nota dell’ora del bagno. Dopo la cottura identifico le aree di ricerca da rielaborare per ottenere una scansione il più sottile possibile.

    E così via, fino ad ottenere i risultati “previsti”. Poi ricomincio modificando le condizioni di cottura della porcellana, il tipo di carta o scelgo un nuovo sale. Il risultato sulla carta bibula è osservabile non appena si asciuga. D’altra parte, la particolarità del lavoro sulla porcellana è l’azione del fuoco che rivela i colori, non visibili durante la risalita per capillarità.

    L’applicazione di questo protocollo è un modo per riprodurre i colori del cielo o ancora delle grotte, scogliere, montagne che ho percorso nella mia adolescenza, quando sognavo di essere una guida alpina. Rosso, rosa, giallo...l’arenaria rosa dei Vosgi, il calcare grigio, giallo, blu nelle pareti rocciose del monte Ceu?se, passando dal rosso delle Aiguilles Rouges...»

     

     

    Colours by Capillarity

     

    In an article from L’Actualité Nouvelle Aquitaine magazine, Florian de La Salle stated that there are three keywords to his creative work, namely: protocol, experimentation, observation. Three words that sound unlikely to be stated by an artist, but perhaps rather by an experimental scientist. It is no coincidence that Florian de la Salle studied science to become an electronics engineer before he even enrolled in the art school of Annecy. At first glance, the word that sounds the most unusual for an artist might be “protocol”. In science, a research protocol is the work plan that is initially defined for the researcher to follow. You first identify your aims and then from which perspective to work and which work methodology to apply. In Florian de La Salle’s art, protocol is not the conceptual tool of an art historian, nor has it anything to do with the common habit in contemporary art of delegating the material work to skilled craftspeople. It is rather his way of observing the material sphere and making the visual world into an area of play and wonder. His protocol seeks to objectify the act of creation. In this perspective, he is far from the idea of ritual but rather close to how Gilles Deleuze defined the art of Henri Michaux: “[he] tended to be more willing to free himself of rites and civilisations, establishing admirable and minute protocols of experience.” (“A Thousand Plateaus” by Gilles Deleuze and Félix Guattari, 1980).

     

     

    Art App numéro 22, p40-41, janvier 2019

    di Dominique Robin

     

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